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Lasciato qui martedì, 31 gennaio 2006

Passeggiando
incontrai un uomo.
Mi disse che la vita era ingiusta con lui,

che ormai si era arreso

apatia era il suo credo.

Mi disse che il mondo si era stancato di lui.

Se ne fregavano del suo dolore.

Mi disse ancora che viveva in una bugia.

Osai: “Quale”?.

Il sorriso sul viso,
la sua bugia

Si sentiva distante,
non più appartenente.

Smesso di chiedere aiuto,

restava solo
nel suo inferno,
tanto nessuno ascoltava.

Una maschera per compagnia
più nessuna lacrima.

Abbassai gli occhi per non vedere più
per non sentire me ne andai.

Ma mi voltai,

nessuno era più lì,

solo un cartello…

c’era scritto:

“Specchi in vendita”  !!! 99 euro

 

Donna allo specchio - P. Picasso

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Lasciato qui lunedì, 30 gennaio 2006

Quante volte ci siamo trovate a rispondere alle domande dei nostri figli, a volte bizzare, a volte semplici, ma sempre e comunque che necessitavano di risposte. Nella mia esperienza di madre ho sempre aspettato che chiedessero, senza mai precorrere i tempi, ed ho sempre cercato, forse sbagliando, non so, di dire le cose non in modo crudo ma giocando con la fantasia, quando potevo farlo, e provando a metterci anche un minimo di pillole di vita, della mia certo che forse non è il massimo della saggezza e della ponderatezza, ma comunque sempre vera e vissuta.
Ricordo questa domanda, fatta dalla "Saggia", in una mattina d'inverno...

Immagine di "George Wright "

 

“Mamma, perché gli alberi non hanno foglie quando fa freddo?”. Chiese mia figlia guardando dalla finestra il viale sottostante, in una fredda giornata invernale.
“E’ perché le hanno regalate tesoro. Sai, è il regalo più grande che un albero possa fare,” cominciai, “lasciar cadere le loro preziose foglie, regalarle alla terra.”
“E perchè?” chiese la piccola, tenendo il naso attaccato al vetro.
”Beh…fammi pensare! Immagino che tutto questo abbia avuto inizio un giorno, di tanto, tanto tempo fa, quando…” replicai sottovoce. La piccola si voltò, cercando di sentire cosa stessi dicendo.
Sorrisi sedendomi sul bordo del letto e cominciai a raccontare..

”C’era una piccola gemma, il suo nome era Ariel , e tutto ciò che desiderava era diventare grande e alto come tutti gli altri alberi prima di lui. Sapeva che ci sarebbero voluti almeno due anni, come per te piccola mia.” Lei mi fece segno di continuare. “Ma per crescere e diventare grandi ci vogliono tante cose e tutti i grandi alberi hanno bisogno della pioggia, perché per loro è come il latte per te. Loro sanno che la pioggia arriva dalla loro mamma, la Madre Terra. Cosicché tutte le volte che l’acqua cade sopra le loro chiome cominciano a ridere felici e grati.
Sai, quando Madre Terra è felice manda il vento, quando è molto felice, come lo era il piccolo Ariel che voleva respirare questo ossigeno che gli giungeva con il vento, e si gonfiava, gonfiava per prenderlo tutto e sbrigarsi a crescere. L’odore buono, che lo circondava era talmente inebriante che l’unica cosa che Ariel desiderava era vivere per sempre!”
La piccola mi fissò. I suoi grandi occhi mi guardavano estasiata, succhiando ogni singola parola che le stavo dicendo. Sapevo che credeva fermamente in ciò che le stavo raccontanto, e chissà, forse verità lo era davvero.
”Mamma, ma come fanno gli alberi a dare le loro foglie alla Madre Terra senza che queste si facciano male cadendo?”. Mi fissava con una tale intensità, che mi affrettai a risponderle sorridendo.
”Calmati tesoro! Ci sto arrivando. Perché intanto non vieni qui in braccio a me? E’ più semplice raccontarti la storia così”. Venne correndo tra le mie braccia, rannicchiandocisi.
”Ok, vediamo.. dove eravamo rimaste?”
”Il tempo passava,  ed il piccolo Ariel cresceva, cresceva. Era estate, l’inverno ancora lontano. In estate le giornate sono semplici, si susseguono pigramente, sempre uguali. Ma quella mattina tutto andò storto. Il sole non si decideva ad apparire, l’erba diventava sempre più debole, e cominciava a sparire l’odore e il caldo estivo. Il piccolo Ariel aveva paura di tutto questo, chiese anche agli anziani cosa stesse accadendo, ma essi non dicevano nulla, ma gli occhi si facevano sempre più tristi. I giorni diventarono più freddi, e l’inverno all’improvviso cadde sopra di loro. La pioggia non arrivò, ma quando decise di mostrarsi gelava tutto, le foglie degli alberi si incollavano l’una all’altra. Fu un disastro per la foresta. Ariel aveva paura, non voleva morire. Quando le sue foglie cominciarono a cadere, i suoi rami divennero deboli dal dolore e freddo. “E’ la Madre Terra che vuole tutto questo,“ egli pensò. Ma non riusciva a capire il perché. Perché la loro mamma non gli voleva più bene.
All’improvviso gli arrivò un sussurro dal vento che gli diceva di stare tranquillo, che doveva essere così, che le foglie dovevano essere prese per essere riportate in un posto chiamato primavera. Il piccolo Ariel a malapena sentiva, ma quando capì cosa il sussurro stava dicendo, si ritrovò più confuso di prima. Cercava disperatamente di trattenere le sue foglie, di non farle cadere. Ma esse, ineluttabilmente, una ad una cadevano. Il piccolo Ariel cominciò a piangere, si sentiva inutile, spoglio, come quando era appena una piccola gemma".
Guardai la mia piccola, osservando le sue reazioni. Era calma e raccolta, certa che tutto sarebbe finito bene, anche se sentivo la sua paura. Succhiava il  pollice cercandoci conforto.
Mi restituì lo sguardo e sussurrò, “Cosa accade ora?” Sorrisi e terminai la storia.
”Arrivò la primavera e tante piccole gemme cominciarono ad apparire come per magia sui suoi rami. Ariel non si sentiva più debole, piano piano riprese le sue forze, e con le forze si sentì di nuovo importante. Aveva capito che per vivere a volte bisogno anche morire, e quindi ora il suo sogno, il suo desiderio era di compiacere sempre Madre Terra, anche regalandole le sue amate foglie, il suo regalo più grande, perchè per lui era sempre vivere una vita nuova”.

La piccola appoggiò la sua testa sul mio petto, presi una ciocca di capelli e cominciai ad attorcigliarla attorno al dito pensando, insieme a lei, alla Madre Terra, ad Ariel, alle giornate invernali… alla primavera, che presto tornerà. 
 

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Lasciato qui domenica, 29 gennaio 2006

Le musiche che di solito uso come sottofondo hanno una loro ragione d’essere. Il ritmo, le parole, l’insieme, un ricordo, un desiderio, un sogno. Questa che ho scelto è Kismet. Parola araba che significa destino. Ma non è per la parola o il senso che racchiude. Kismet è anche un celebre musical americano di non so quanti anni fa, e come sempre da musical è diventato poi film. Lo vidi che ero una bambina e rimasi di nuovo incantata, sia dalla storia, che dall’ambientazione. Si, di nuovo, perché da sempre ho un debole per tutto ciò che appartiene all’oriente.. e per “da sempre” intendo proprio sempre… forse, se è vero che si vivono più vite (spero di no, già una è troppa a volte), penso di aver avuto qualche legame particolare con quelle terre…
Mentre ascolto questo “tema” torno indietro con la memoria e mi vedo seduta al tavolo della sala da pranzo di mia nonna. Avrò avuto forse 4 o 5 anni non di più. Il colore che mi circonda ora è un azzurro tenue (a voi capita di dare colori ai vostri ricordi?) Avevo davanti a me una rivista femminile, e la sfogliavo incuriosita, ovviamente dalle immagini non sapendo ancora leggere, fino a che la mia attenzione non fu totalmente catalizzata dalla figura di una donna indiana, indiana dell’India. I suoi lucidi capelli neri erano raccolti dietro la nuca, i grandi occhi neri erano messi ancora più in risalto dal telo del sari appoggiato sopra la testa ricadendo morbidamente attorno al viso. Il sari che indossava era bianco e le sue mani erano in una posizione strana, che poi, con il tempo, seppi era un movimento di danza. Mi affascinava tutto di quella donna, i colori, l’espressione, i gioielli che indossava.. si, e in particolar modo uno… ciò che portava alla narice. Ne ero talmente presa che mia madre mi sorprese a grattare con l’unghia dell’indice sul foglio della rivista e mi chiese cosa volevo fare, candidamente le risposi che volevo prendere quella “cosa” che aveva al naso e metterla. Mi sorrise spiegandomi che era una foto e che non potevo prendere nulla dato che era solo carta e che comunque solo quelle donne portano gli “anelli” al naso. Noi no! Ricordo che ci rimasi male e, come sempre le chiesi “perché?”. Non tenni a mente cosa mi rispose, ma di sicuro non mi soddisfò perché nel cuore mi rimase il desiderio di quella cosa al naso e di quella cosa sulla fronte.
Il “bindi” facilmente si può riprodurre e ricordo che giocando nei prati, prendevo i papaveri, li sfogliavo totalmente lasciando solo il centro, lo appoggiavo alla fronte e lasciavo il “segno” nero e poi cercavo di muovere le mani come quella signora.. per la “cosa” al naso, provavo anche lì con i papaveri ma non rendeva bene, non “brillava”.
Crescendo smisi di giocare con i papaveri, anche se restano i miei fiori preferiti, ma lessi tutto quanto potevo sull’oriente, gli usi e costumi le religioni ecc.
Arriva anche la globalizzazione, che tanto ha di negativo.. ma anche molto di “positivo”.. almeno per me. Sono arrivati i “piercing” ed, ebbene si … ora sulla mia narice sinistra brilla un piccolissimo punto luce che a volte si trasforma in minuscola mezzaluna. Il bindi? Beh se l’ultimo dell’anno indossi una tunica nera, austera, puoi anche mettere un bindi a forma di piccola goccia colore del rubino che ti hanno portato dall’India… non sta male e se poi i tuoi occhi neri sono disegnati con del kajal in crema, anch’esso indiano..

Beh… chi l’ha detto che i sogni di bambina, se sono innocenti non possono avverarsi? Tutto è Kismet…

 

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Lasciato qui venerdì, 27 gennaio 2006

Volevo rispondere a tutti, però ci avrei messo una vita... preferisco quindi un post dedicato a tutti voi... (dio come mi sento importante )

A te
regalo il mio sorriso
Un tesoro sacro in un mondo di tristezza
A te
Regalo il tempo che non consegno ad altri
A te
Che hai restituito il sorriso alle mie labbra
Regalo i miei problemi
A te
Regalo la mia ammirazione.
Invidio la forza che possiedi
e la dolcezza che mantieni
dopo aver avuto a che fare con me
A te
Regalo il mio amore
Senza condizioni
Solo la paura del rifiuto
E abbasso gli occhi alla tua presenza
A te
Che sei tutto per me
Regalo me stessa

 



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