E se vai all'Hotel Supramonte e guardi il cielo tu vedrai una donna in fiamme e un uomo solo e una lettera vera di notte falsa di giorno e poi scuse accuse e scuse senza ritorno e ora viaggi vivi ridi o sei perduta col tuo ordine discreto dentro il cuore dov'è il tuo ma dov'è il tuo amore, ma dove è finito il tuo amore. Grazie al cielo ho una bocca per bere e non è facile grazie a te ho una barca da scrivere ho un treno da perdere e un invito all'Hotel Supramonte dove ho visto la neve sul tuo corpo così dolce di fame così dolce di sete passera anche questa stazione senza far male passerà questa pioggia sottile come passa il dolore ma dov'è il tuo amore, ma dove è finito il tuo amore. E ora siedo sul letto del bosco che ormai ha il tuo nome ora il tempo è un signore distratto è un bambino che dorme ma se ti svegli e hai ancora paura ridammi la mano cosa importa se sono caduto se sono lontano perché domani sarà un giorno lungo e senza parole perché domani sarà un giorno incerto di nuvole e sole ma dov'è finito il tuo cuore, ma dov'è finito il tuo cuore. |
permalink ::::: scrivi un commenti (9)(popup) :::: commenti (9) :::: categoria : musica, malinconia, poesie dautore
![]() |
Muove i suoi passi la solitudine.
Lenta si insinua nelle pieghe dei pensieri. Lambisce territori, scende nelle profondità. Non c’è dolore, solo una malinconica apatia che serpeggia malvagia. |
permalink ::::: scrivi un commenti (5)(popup) :::: commenti (5) :::: categoria : poesie, vita, malinconia, introspezione, sentimento
![]() |
Cercando di sentirmi,
intreccio emozioni inseguendo le ore. Briciole di azzurro, ricoprono gli occhi ed allargano un sorriso. Stendo i miei pensieri come lino d’anima sul balcone del cuore. |
permalink ::::: scrivi un commenti (1)(popup) :::: commenti (1) :::: categoria : introspezione
![]() |
Bussai alla porta ed attesi spostando da una parte all’altra la scatola di cartone che avevo, per poterla sorreggere meglio. La mia mente fantasticava con l’idea di voltarmi e scappare via, ma resistetti alla tentazione. Questo andava fatto. Qualche secondo più tardi, Andrea aprì la porta. Ci guardammo per un lungo momento, incerti sul cosa dire. Qual’era la maniera giusta per salutare la persona con cui hai deciso di chiudere la sera precedente? Finalmente Andrea si fece da parte. “Vuoi entrare Serena?” “Si.” Risposi, oltrepassandolo. Una volta entrata chiuse la porta e sbadigliò, stropicciandosi gli occhi. Ovviamente si era appena svegliato. Forse avevo esagerato, le sette del mattino, non è l’ora migliore per fare visite, ma volevo farla finita subito. “Vuoi sedere?” chiese. Risposi di no, ero passata solo per restituirgli le sue cose, spiegai porgendogli il pacco. “Ah,” disse, allungando lentamente le mani per prendere la scatola. “E’ tutto lì,” dissi, cercando di assumere un tono indifferente. “I tuoi libri, i DVD, la tua camicia.” Annuì, fissando il contenuto. “Grazie. Non ho preparato le tue cose, ma se mi dai un minuto…” “No, non importa,” dissi agitando le mani, “puoi tenere tutto. Davvero.” Lo guardai e compresi che aveva capito che volevo tenesse qualcosa che gli ricordasse di me. “Va bene,” disse. “se ne sei certa.” “Lo sono.” Restammo lì, senza parlare, cercando di non incrociare lo sguardo. L’orologio scandiva il tempo come se volesse urlarci qualcosa. Che stranezza. “Bene,… addio,” dissi, e andai verso la porta. Avevo già la mano sulla maniglia quando mi ricordai. “Un momento,” dissi girandomi. “C’è una cosa che mi appartiene e quella la voglio indietro.” “Si? Cosa?! “Il, beh… lo sai.” Gli occhi di Andrea si spalancarono quando comprese cosa volevo indietro. “Ah, quello. Speravo davvero tu mi lasciassi tenerlo.” “So che ti piacerebbe, ma non posso farne a meno,” dissi. “E’ meglio che me lo riprenda.” “Va bene. Dammi un secondo,” disse, appoggiando la scatola sul tavolino davanti a lui. Entrò nella camera da letto e si richiuse la porta dietro. Lo sentivo muoversi e spostare cose. Lo immaginavo rovistare nell’armadio, cercando ciò che volevo. Sperando che non l’avesse danneggiato! Mi guardai attorno, cercando di allontanare quel pensiero. Dolce e amaro insieme, mi rendevo conto che questa sarebbe stata probabilmente l’ultima volta che entravo in quell’appartamento. Proprio l’anno passato lo avevo aiutato a ritinteggiare le pareti… non era passato molto tempo da quando avevamo cominciato a vederci con assiduità. Poi comprò il divano e lo aiutai a portarlo su per le scale. Avevo trascorso più tempo qui che da me, pensai. La consapevolezza che ero ormai sul punto di chiudere un capitolo della mia vita aleggiava nell’aria. Emerse dalla camera con una scatola per scarpe tra le mani. “Spero che vada bene per portarlo a casa,” disse porgendomi la scatola. “Si, penso di si,” e sollevai il coperchio. Adagiato su di un panno di spugna c’era una parte di me. Non una mano, un piede, una gamba o una qualsiasi altra appendice riconoscibile, semplicemente una parte viva, palpitante. Passai due dita sulla superficie e lo sentii tremare. Era quanto avevo lasciato ad Andrea quando mi innamorai di lui. Richiusi il coperchio. “Mi sembra che tu ne abbia avuto cura.” “Ho fatto tutto il possibile.”. Ancora quel lungo silenzio di pesanti addii. Dopo qualche minuto, che sembrarono ore, chiusi la porta dietro di me e mi apprestai a scendere le scale. Il pezzo nella scatola di scarpe si muoveva dolcemente. La strinsi forte, e, nonostante il dolore che provavo, sorrisi. Per la prima volta in tutto quel tempo, ero di nuovo tutta me stessa. Non era stata affatto una tortura però, lasciare che Andrea avesse quella parte di me. In realtà, quello che veramente volevo fare ora, era tornare indietro, mettere quella scatola tra le mani e dirgli, “Ecco. Tienilo. Cerchiamo di venirne fuori.” Ma non era quella la strada giusta da percorrere, provavo una strana pace nel sapere che ero di nuovo tutta intera. Forse, pensai, sarebbe stato molto più semplice di quel che credevo. Stavo per scendere il primo gradino quando mi accorsi che la scatola era più leggera. Tolsi il coperchio e sussultai. Il pezzo di me era sparito. Tutto ciò che restava nella scatola era il panno di spugna, tutto strappato, ed un foro sul fondo. Eccolo, era sul pavimento; si muoveva strisciando lentamente verso l’appartamento di Andrea. Cercai di afferrarlo, ma fu sorprendentemente più veloce e scappò alla mia presa. In pochi secondi arrivò alla porta. Si lanciò contro la porta, non una, non due, ma tre volte, mimando il rumore di un colpo. Quando Andrea aprì la porta, il mio cuore strisciò ai suoi piedi, avvolgendolo alla caviglia, come i bambini quando si aggrappano ai genitori. Andrea lo guardò confuso, quindi un’espressione di intesa gli ricoprì il volto. Mi guardò, cercando disperatamente di nascondere un sorriso, ma la sua felicità era evidente. Non aveva neanche bisogno di formulare la domanda. Annuii sospirando. Che cosa potevo fare? “Tienilo,” dissi. “Ma abbine cura. Tornerò tra un po’ di tempo per vedere se è pronto a venir via con me.” Andrea acconsentì e prese il mio cuore, tenendolo dolcemente contro il suo petto. “Ne avrò cura,” disse. “Non ti preoccupare Serena. Starà bene.” Come per confermare le parole di Andrea, il cuore fremette. Di nuovo non-intera, discesi le scale. Magnifico! Stupendo! pensai, mentre ero sul marciapiedi, ora dovrò tornare qui chissà per quanto tempo ancora. Avevo pensato che sarebbe stata una cosa semplice, un addio e fine della storia, ed invece tutto si complicava. Contai con le dita e decisi che sarei tornata a Settembre. Di sicuro sarebbe stato sufficiente, il pezzo di me sarebbe pronto per tornare a casa. Ma in fondo, lo so già, il mio cuore non vuole tornare a casa. |
permalink ::::: scrivi un commenti (2)(popup) :::: commenti (2) :::: categoria : racconti